Vi piace scommettere? Se vi piace farlo, probabilmente amate anche la porzione di rischio che èparte integrante della scommessa, che ve la rende affascinante. E invece siete dei cretini matricolati, gente che non ha saputo (o voluto) dar retta a un altro furbone della storia del pensiero: Blaise Pascal. Per lui, infatti, vale la pena di scommettere solo quando si  è certi di vincere qualcosa, altrimenti meglio desistere. Chiaro? E’ come - per rimanere nello spunto che ispira questa rubrica - quegli allenatori che lanciano i giovani in squadra solo quando il risultato della partita o il momento della stagione lo rendono possibile senza rischio. O che ricorrono al 4-3-3 solo quando le sfide sono al sicuro, per dimostrare che sanno insegnare anche altri moduli. Comodo. E purtroppo anche utile, in un’Italia che paga sempre più la discendenza intellettuale dal machiavellismo.

Dunque Pascal. Un suo amico, il cavaliere di Mèrè, un libertino amante del gioco, gli chiese di risolvere problemi di probabilità legati alle puntate nel gioco d’azzardo: la risposta di Pascal fu l’elaborazione di una teoria della probabilità, fondata su calcoli matematici che, se applicati alla questione dell’esistenza di Dio, potevano (e dovrebbero pure oggi) risultare convincenti anche per coloro ai quali Dio non ha fatto il dono della fede. Nel vasto mare della sua argomentazione, ecco il pezzo rivelatore: <Pesiamo il guadagno e la perdita, nel caso che scommettiate in favore dell’esistenza di Dio. Valutiamo questi due casi: se vincete, guadagnate tutto; se perdete, non perdete nulla. Scommettete, dunque, senza esitare, che egli esiste>.

Deve pertanto valere anche il contrario: se scommettete in favore della non esistenza di Dio, se vincete, perdete tutto; se perdete, perdete ugualmente tutto. E allora bisogna concludere, con il furbo Pascal: vale la pena di scommettere sull’esistenza di Dio,  è una puntata sicura.

Applausi sinceri. Si allunga la serie di coloro che hanno cercato di dimostrare l’indimostrabile: da Anselmo da Aosta a San Tommaso con mille rivoli laterali, ascendenti e discendenti fino ai giorni nostri; passando dunque anche per Pascal. E in qualche puntata precedente della rubrica abbiamo provato a spiegare l’assoluta inconsistenza di tesi che pure vengono ricordate nei secoli dei secoli. L’indimostrabile  è tale perché, appunto, non  è  dimostrabile. Noi non sappiamo qui sulla terra se Dio esiste o meno, e non c’è verso di saperlo né di dimostrarlo perché così 蠏 e non può essere diversamente. Si crede per fede, certo, ma dimostrazioni dell’esistenza non ce ne sono. La testardaggine di chi si affanna a provarci, offende in realtà sia i credenti che i non credenti. Dire, ad esempio, che poter pensare a Dio o poter dire che non esiste dimostra comunque che deve esistere altrimenti non lo penseremmo,  è  sciocca esercitazione del pensiero: se penso alla sfrunazia, una pianta con foglie diverse da ramo a ramo e rami di consistenza differente da tronco a tronco, vuol dire forse che deve esistere solo perché l’ho pensata?

Dunque Pascal. Un altro furbo.

Il tempo è una convenzione che se ne porta dietro molte altre: la durata del giorno e della notte; la lunghezza degli anni e dei mesi; l’alternarsi delle stagioni; in ultima analisi persino il senso delle vite. Come tutte le convenzioni, basterebbe cambiarle o alterarle per scoprire una visione nuova di tutto. E’ quello che a volte facciamo in molti, è quello che spesso fanno i matti, è quello che fanno sempre i poeti e i filosofi.

Alla fine di un anno e allo sbocciare di un altro - due convenzioni temporali forti che resistono a qualsiasi urto - a tutti i blogger e a quelli che per volontà o per accidente si trovassero a passare per queste lande, auguro semplicemente: buon tempo. Dividetelo come vi pare.

Libertà che bella parola, libero arbitrio che bella invenzione. Della libertà sono pieni i libri e i film; e da qualche anno anche la politica italiana (quasi sempre a sproposito). Del libero arbitrio si parla e si scrive da tempi remotissimi, essendo uno dei desideri dell’uomo capire se azioni e scelte siano frutto esclusivamente della persona e della sua complessità psicofisica, oppure se siano mosse da un rigido determinismo. Va da sè che sul tema abbiano espresso i loro talenti fior di pensatori: da Cartesio a Hobbes, da Spinoza a Leibniz, dai gesuiti a Kant. Tutti accomunati da una caratteristica: la capacità di ciascuno di smontare pezzo per pezzo le tesi di chi l’aveva preceduto. Ecco dunque Cartesio che si perde nel pantano da lui stesso creato della rex estensa e della rex cogitans; ed ecco Spinoza che lo mette alla berlina riducendole entrambe ad un’unica sostanza; e Hobbes che invece nel far prevalere una delle due, elimina lo spirito riducendo tutto a corpo; e Leibniz che fa il contrario.

Insomma: un guazzabuglio dove tutto ruota intorno ad un dato fisso che finisce per orientare (disorientare, spesso) l’intera produzione intellettuale. E cioé: come armonizzare l’idea della libertà d’azione dell’uomo con la presenza di Dio. E dunque: tenendo fissa la tesi che Dio esiste e facendo i salti mortali per associare a questa tesi quella del libero arbitrio. Come gli allenatori (quasi sempre i più osannati) che in trasferta partono con un abbottonatissimo 5-3-1-1, passano in vantaggio in qualche modo (per lo più fortunoso), cambiano il centrocampista che era alle spalle dell’unica punta con un mediano scarpone, approdano a uno scandaloso 5-5-0, perdono e poi dicono che è colpa dell’arbitro (e non della inevitabile pressione avversaria che cresce con il crescere dell’arroccamento proprio).

Al di là della folla di pensatori e ciarlatani che nei secoli si sono spesso approfittati della gente, c’è invece un solo quesito che appare l’unico possibile: l’uomo è stato creato da Dio ed è Dio a muoverne le azioni, o almeno a sapere cosa farà e perché e quando? Oppure l’uomo non è stato creato da Dio e dunque agisce secondo istinto o ragione o cause ambientali o condizionamenti familiari e sociali; in parole povere è libero delle sue azioni, di quelle belle e di quelle brutte?

Rispondere al quesito non è possibile perché non è possibile dimostrare l’esistenza di Dio (e se almeno un lettore ha dato in passato un’occhiata a questo blog, saprà che si è già parlato dei salti mortali di Anselmo d’Aosta
e Tommaso d’Aquino per dimostrare l’indimostrabile). Ma c’è almeno una domanda che varrebbe la pena di sottoporre alla chiesa e ai suoi pensatori: se Dio è perfetto, ovvero se vale quella pappardella che ci insegnavano a scuola – onnipotente, onnipresente, onnisciente – magari semplice ma utile per riepilogare; allora se vale, come mai Dio sapendo tutto e dunque sapendo anche che l’uomo con il passare del tempo sarebbe stato sempre più preda dei suoi istinti e sarebbe giunto a livelli massimi di degradazione e di inciviltà, oltre che di sangue innocente sparso a piene mani; sapendo tutto ciò, ha proseguito nella creazione? In parole da poveracci come siamo tutti noi: se conosceva la fine del film, perché ci ha costretti comunque ad interpretarlo?

Anche in questo caso le risposte potrebbero essere tante ma ciò che incuriosisce è quello che di solito rispondono preti o religiosi di vario grado, vale a dire la più grande e più efficace e più terribile invenzione che si sia mai vista o udita o letta sulla terra. Quale? Questa: Dio ha creato l’uomo concedendogli poi il libero arbitrio, dunque mettendolo in grado di sbagliare o meno; e se sbaglia, lo fa allontanandosi dal volere di Dio. Fantastico! Nessuno avrebbe potuto escogitarla più perfetta, nessuno avrebbe potuto costruire una macchina verbale tanto efficace e potente: un salvagente ideale per salvarsi dall’equivoco logico. Io ti creo, se sbaglierai sarà colpa tua che avrai scelto il peggio. E invece delle due l’una: sapeva e ha lasciato correre?, e allora non è buono e pieno d’amore. Non sapeva?, e allora non è onnisciente. Purtroppo per noi tutti, da qui non si fugge.

Volete un esempio – tra i milioni – di come invece si fugga senza problemi dal problema? Ha un nome e un cognome: Luis de Molina, gesuita professore in Portogallo, che nel suo “Concordia liberi arbitrii cum gratiae donis” del 1588 tenta di coniugare ancora una volta il libero arbitrio con Dio con un espediente anche ammirevole: il “concorso simultaneo”. Eccone la sintesi: ogni evento nasce da due cause. L’intervento di Dio e l’azione di un agente creato: da un lato Dio è il principio della causalità e dunque autore di tutto ciò che avviene; ma dall’altro lato, qualunque cosa avvenga in un dato momento, dipende dall’intervento di un agente creato, cioè dell’uomo. Applausi e richieste di bis. E se fosse vissuto oggi, magari un posto da ministro (l’hanno concesso a Gasparri e Castelli, lo meriterebbe di gran lunga Luis de Molina).

Tornando alle favolette per bambini (e concludendo). Una volta messi Adamo ed Eva (ribadisco: semplifichiamo per capire, non sono mai esistiti un solo uomo e una sola donna iniziali) davanti alla scelta tra il bene e il male, Dio sapeva o non sapeva come sarebbe andata a finire? Aveva la risposta scritta (come Gerry Scotti o Amadeus in tivù) o davvero era curioso di capire cosa sarebbe accaduto perché non sapeva la risposta? Pensateci, se volete. Ma ricordate: se risponderete bene e cioè nel rispetto di quanto ci dice la chiesa, allora sarete stati ispirati dalla grazia divina; se risponderete male, allora sarà stato il libero arbitrio – quel cattivone – a condurvi lontano dalla grazia. E quando state vincendo in trasferta, mettete un’altra punta al posto di un centrocampista: gli avversari avranno paura di voi.

La frase completa di Oscar Wilde è la seguente: “Era sempre in ritardo per principio, ritenendo che la puntualità ruba il tempo”. Sono d’accordo con lui essendo un ritardatario cronico (unico vantaggio: forse arriverò tardi anche all’ultimo appuntamento, quello al quale non possiamo sottrarci), ma non posso non chiedere scusa agli eventuali fruitori di questo blog (pochi? tanti? bah!) che da mesi ormai ci trovano solo vecchie produzioni: un po’ come quelle reti tivù minori che passano sempre gli stessi films. Dunque scusate il ritardo (ciao grande Massimo): ho attraversato e attraverso un periodo di forti contraddizioni etiche e morali che mi hanno impantanato. Forse però ho rivisto la sponda e forse riprenderò il blog (spero con maggiore solerzia).
C’è da parlare di tante cose e ci sono tantissimi spunti che ci vengono come sempre dalla filosofia, non per niente maestra di vita. Lo faremo insieme – se vorrete – perché non meritavate un ulteriore silenzio. Non si possono arretrare a centrocampo le due punte esterne del 4-3-3 lasciando solo un attaccante di riferimento: come nel calcio, significa consegnarsi agli avversari ed agli eventi sperando che non ci facciano troppo male. Invece bisogna attaccare e tenere sempre schiacciata dietro l’altra squadra. In campo con il modulo caro a Zeman (grande boemo), nella vita con idee sempre nuove e senza paura di nessun argomento.
Grazie dell’attesa, grazie della pazienza, spero di ringraziarvi anche con nuovi argomenti.

Mettiamola così: l’opinione della maggioranza non sempre combacia con il giusto. E assecondare i gusti del popolo, rinunciando alla ragione per la superstizione, l’ignoranza o la superficialità, non rappresenta certo la giusta via. Anzi, per l’eterogenesi dei fini si ottengono l’effetto opposto e una sgradita appendice. Effetto opposto: il popolo, la gente, la massa non si eleva. Appendice sgradita: chi lo asseconda titillandone gli istinti, si perde a sua volta. E peggioriamo tutti un poco alla volta. Ma ineluttabilmente. E con noi la società.

Una volta bisognerà pur scriverlo e dirlo, insomma, rischiando l’accusa di snobismo: la verità, se esiste da qualche parte, non sta certo nei televoti, nelle adunanze plebiscitarie, nei rituali superstiziosi, nella fame di storiacce da deglutire e digerire alla meno peggio (purché naturalmente non riguardino se stessi). E dunque la domanda delle domande è: l’opinione pubblica va assecondata o educata? Dalla quale ne discendono una seconda poi una terza una quarta e giù fino a mille domande che frullano nella testa. E tra queste: perché sui giornali e in tivù si danno solo le cattive notizie? Perché ai giornalisti ma anche ai politici si chiede non l’approfondimento ma l’effettaccio a sorpresa, la donna segata a metà, il coniglio dal cilindro? Vi risponderanno, quasi in massa: la gente vuole questo. Inevitabile corollario, non detto ma messo in atto: la gente rimanga pure ignorante, il nostro punto di vista non cambia, il nostro prodotto va venduto, non fatto apprezzare, la nostra mercanzia deve sparire dagli scaffali che preferiamo vuoti, come i cervelli di chi li ha svuotati.

E la mente torna all’ostracismo. Una delle tante trovate nell’Atene di circa duemilacinquecento anni fa, dove si insegnava la democrazia ma dove ugualmente non mancavano situazioni al limite. Ostracismo indicava un’istituzione giuridica che puniva con l’esilio temporaneo di 10 anni coloro che avrebbero potuto rappresentare un pericolo per la città. In sostanza consisteva in una votazione in cui il nome dell’individuo da ostracizzare, da esiliare, doveva essere scritto su un coccio di terracotta, detto appunto “ostraka”. Un giorno Alcibiade capitò nel foro e mentre notava che la gente stava votando un ostracismo, fu avvicinato da un uomo che, confessandosi analfabeta, gli chiese di scrivere per lui il nome sul coccio. Quando l’uomo disse che il nome da scrivere era Alcibiade, quest’ultimo, sorpreso, gli domandò. Perché vuoi cacciarlo da Atene? Lapidaria la risposta: «Perché lo dicono gli altri, la gente». Conoscete un manifesto migliore della pericolosità – e spesso dell’insensatezza – del giudizio popolare, al quale pure tutti si genuflettono?

Perché in tivù passano solo inutili fiction (talvolta anche brutte), gare tra dilettanti, merda dipinta, lustrini, paillettes, tette e culi a volontà? Perché lo vuole la gente.
Perché sui giornali prevale la cronacaccia a discapito delle notizie costruttive e di servizio? Perché lo vuole la gente.
Perché nell’informazione la banale effrazione di una saracinesca o i danni notturni a un’auto o qualche spintone su un bus o un paio di ceffoni notturni tra adolescenti, valgono più di interventi per riparare le strade, di bandi per costruire nuove case, della realizzazione di parcheggi, di nuovi e migliori servizi per i disabili? Perché lo vuole la gente.

In fondo in fondo (ma neanche tanto) c’è un’amara verità che la nostra pigrizia mentale mette da parte. Perché i giornali non si vendono più tanto e l’informazione in genere non ha più grande credito? E perché la politica non attira più nessuno? Forse proprio perché lo vuole la gente, nel senso che il padrone al quale abbiamo progressivamente ceduto la nostra libertà e il compito di far crescere generazioni migliori attraverso l’informazione e la politica, quel padrone che si chiama “la gente”, ha finito per diventare una dittatura e ci ha travolti, regalandoci un destino che è l’esatto contrario di quello che prevedevano: a furia di titillare la parte peggiore della gente e della pubblica opinione, quella parte peggiore è diventata la più grande ed ha sommerso tutto. In sintesi: se l’informazione e la politica hanno rifiutato di spiegare e orientare la realtà e sono diventate uguali al resto della società, perché la società dovrebbe avere rispetto dell’informazione e della politica? C’è chi ancora oggi addita la “dittatura del proletariato” come un pericolo, e intanto non si accorge di essere diventato schiavo della “dittatura della gente”. Il solito caso di finti offensivisti che si nascondono dietro formule altrettanto finte. Dicono di utilizzare il 4-3-3, poi lo snaturano in 5-3-1-1 ma si appellanno al predominio dell’avversario per giustificare la loro debolezza.

Finiamola così: l’informazione e la politica hanno il paese che meritano e che hanno contribuito a creare ed a far crescere; e viceversa. Ma intanto nascondiamo dietro la crisi problemi strutturali senza trovare soluzioni, bensì anche in questo caso cavalcando l’onda senza domarla. Buon bagno a tutti.

Il “minollo” esiste? No, non esiste. Se rispondete così, allora esiste. E voi siete sciocchi. Non sto farneticando, sto solo formulando la prova ontologica dell’esistenza del minollo, l’immaginario animale inventato dalla fantasia di Massimo Troisi. E spero di passare alla storia come Anselmo d’Aosta, filosofo, pensatore, autore agli albori dell’anno mille di “monologion” e “proslogion”. E proprio in quest’ultima opera troviamo, appunto, la “prova dell’esistenza di Dio”. Prendendo spunto dallo sciocco del XIII salmo, che “disse in cuor suo: Dio non c’è”, Anselmo se ne uscì in questo modo: «Persino lo sciocco che nega l’esistenza di Dio deve possedere in sè l’idea di Dio, in quanto è impossibile negare l’esistenza di qualcosa che non si pensa, quindi lo sciocco, nell’istante stesso in cui nega l’esistenza divina deve avere il concetto di Dio». Capito? E allora ecco bella calda e fragrante la prova ontologica dell’esistenza del minollo: in quanto è impossibile negare l’esistenza di qualcosa che non si pensa, miei cari, allora se negate l’esistenza del minollo in realtà dimostrate di averne il concetto. E dimostrate la sua esistenza.

Magari vi scappa da ridere ma la cosa è seria. E da secoli smuove coscienze e intelletti. Soprattutto i credenti si affannano a cercare prove dell’esistenza di Dio che è naturalmente indimostrabile. E nell’affannarsi, si smentiscono gli uni con gli altri, alla ricerca di argomenti che siano finalmente indistruttibili. E invece.

Anselmo d’Aosta fu ben presto archiviato. Il suo 4-3-3 era palesemente finto, come quello di chi mette due centrocampisti accanto a una sola punta e trasforma ben presto il 4-3-3 in un catenaccio. La sua dimostrazione, si cominciò a dire, era una dimostrazione “a priori”, dava cioè per scontata l’esistenza di Dio (quella che avrebbe voluto dimostrare) e da qui faceva discendere alcuni corollari che la dimostrassero. Fu archiviato, certo, anche se i libri ne parlano ancora (e non è proprio giustissimo), ma chi inizialmente ne confutava gli argomenti era bollato con i peggiori epiteti, un po’ come oggi sono chiamati “comunisti” tutti coloro che chiedono semplicemente “libertà, uguaglianza e fratellanza”. Qualche centinaio di anni dopo – l’anno mille aveva iniziato a percorrere la sua strada – brillò (e brilla ancora oggi) la stella di Tommaso d’Aquino, San Tommaso, che fece carta straccia della prova ontologica di Anselmo e sistemò sul tavolo verde le “cinque prove dell’esistenza di Dio”. Addirittura. Cinque e non più una soltanto. Soprattutto cinque prove “a posteriori”: cioè che partivano da prove dell’esperienza quotidiana – empiriche – per risalire a Dio.

Ed ecco a voi le magnifiche cinque-prove-cinque

Il movimento. Il rapporto causa/effetto. La contingenza. I diversi gradi di perfezione. Il fine.

Il minollo scalpita ma dobbiamo procedere con calma, perché San Tommaso è intelletto robusto ed ha gloria imperitura nella storia del pensiero. Il suo modulo è tentatore, sembra addirittura approdare al 4-2-4 quasi a voler umiliare il 4-3-3, ma anche in questo caso è mentalità offensiva fittizia, nascosta dietro i numerini.

Allora: il movimento: ogni cosa muta, cambia e se cambia lo fa proprio per effetto di qualcosa che la fa cambiare; e così via. Ma qui Tommaso cala l’asso: siccome dietro ogni cosa che cambia ce n’è una che la fa cambiare, non è possibile che la lista sia infinita, dev’esserci qualcosa che induce il primo cambiamento senza che ci sia stato chi abbia fatto mutare lei. E’ quel qualcosa è Dio.

La meraviglia sta nell’assunto: “siccome non è possibile che la lista sia infinita”. Davvero? E chi l’ha stabilito? Quando? In base a quale principio fisico-chimico-medico-scientifico? Ve la ricordate la canzone-filastrocca “Per fare un tavolo” cantata da Sergio Endrigo? Beh, in quelle strofe si passa dal seme al tavolo e poi al contrario dal tavolo al seme – naturalmente semplificando – con una circolarità del movimento, del mutamento che è perfetta. Dunque l’affermazione grande, quella che passa alla storia, quella sull’esistenza di Dio, è preceduta da una frasetta semplice e umile che però mantiene tutta la costruzione. Ogni cosa muta, cambia e se cambia lo fa proprio per effetto di qualcosa che la fa cambiare; e così via. Fermarsi qui, la prima prova non ha fondamento appunto perché questa espressione non ha bisogno di aggiunte senza sostanze. E comunque, quand’anche si volesse accettare che la lista non debba essere infinita, chi stabilisce qual è l’inizio e chi dà il via? Ipotesi per ipotesi, si può immaginare qualsiasi primo movimento alla base di tutto, non necessariamente Dio.

Il resto viene facile.
Rapporto causa/effetto: ogni cosa è il prodotto di una causa, dunque ce n’è deve essere una che è prima causa senza essere causata da nessuno. E perché “deve”?

La contingenza. Il mondo è fatto di cose che nascono e finiscono, dunque c’è la possibilità che tutto ciò che esiste possa essere stato un giorno un nulla; e siccome – dicevano – ciò che esce dal nulla, rimane un nulla, c’è la necessità di un essere necessario, sostanza di tutte le cose. Anche qui una domanda: perché? Si dà per scontato un assunto per poi appenderci il resto.

I diversi gradi di perfezione. Le cose del mondo hanno tutte diversi gradi di perfezione, tutte hanno in sé la possibilità di migliorare e comunque lasciano aperta la possibilità di un miglioramento. Ma se ogni cosa potesse migliorarsi all’infinito – dicevano ancora per prepararsi il terreno – mai nulla si potrebbe dire perfetto una volta per tutte. Ecco perché secondo Tommaso deve per forza di cosa esistere un essere perfettissimo. Un’altra volta: “deve”; e perché?. Se ogni cosa potesse… E perché “se”? Boh.

Il fine. Tutti le cose naturali tendono a un fine. Tuttavia – ancora un assunto “amico ” – tutte le cose naturali non possiedono una coscienza del proprio fine, dunque è necessario che dietro vi sia un’intelligenza cosciente e ordinatrice. Per l’ultima volta: perché?; “è necessario che”: davvero? E dove è stato scritto?.

La conclusione – amara – è duplice. E’ impossibile dimostrare l’esistenza di Dio. E soprattutto: dopo la morte, i credenti potranno solo sapere se avevano ragione; gli atei, invece, solo se avevano torto.

La “diritta via” non è più smarrita. Semplicemente non c’è più. Meglio: ce ne sono tante ma non ce n’è più nessuna. Ancora meglio: ce ne sono tante ma ne scelgono sempre una: la più breve: la più facile: la più battuta. E pazienza se c’è folla, l’importante è arrivare prima. Dove, non si sa. Ma anche questo poco importa.

Gordio fu re dei Frigi. Salì al trono avverando una profezia legata a un carro con l’aratro sul quale, mentre lui lavorava nei campi, si era posata un’aquila. Il carro fu conservato, la corda che legava il giogo al timone venne rafforzata formando un nodo inestricabile, impossibile da sciogliere. Poiché l’oracolo aveva promesso il dominio dell’Asia a chi ci fosse riuscito, Alessandro Magno, giunto in città nel 333 prima dell’anno zero, tentò di districare il nodo, ma, essendo vani tutti i suoi tentativi, lo tagliò con la spada. L’espressione “nodo di Gordio” è così diventata proverbiale e indica un problema di difficilissima, se non impossibile risoluzione. E si porta dietro il gesto di Alessandro che invece non perse tempo a districare il nodo. Diventando il precursore di tutti coloro che, senza fronzoli e senza badare ai dettagli, scelgono la solita strada: la più breve: la più facile: la più battuta.

Marta fa l’insegnante di scuola superiore. Marta insegna in una classe che definiscono turbolenta. Marta fa una fatica pazzesca a tenere a bada ragazzi
e ragazze che semplicemente la considerano meno di zero. Anche Ernesto fa l’insegnante di scuola superiore. Anche Ernesto insegna in una classe che definiscono turbolenta. E’ la stessa nella quale insegna Marta. Ma Ernesto fa molta meno fatica di Marta. Lei si mette in gioco quotidianamente; percorre ansimando una strada in salita; cerca di entrare in sintonia con quei ragazzi; inventa nuovi metodi didattici; escogita sistemi diversi di valutazione; trasforma la classe lentamente in un laboratorio: abolisce i voti, introduce organismi interni di controllo, garantisce ad adolescenti ancora grezzi un’attenzione che non ricevono né a casa, né altrove. Insomma: sperimenta. Si spende. Si consuma. Non si ferma davanti agli ostacoli e si fa mille nemici tra i colleghi. E i ragazzi pian piano apprezzano. In fondo è quello che volevano senza rendersene conto: essere trattati da persone e non da sottoposti. Ernesto è diverso. Ernesto è cresciuto nella convinzione che quando si è ragazzi bisogna stare al proprio posto; ha maturato l’idea che vale il vecchio detto “quando sei incudine, stai; quando sei martello, dai”. E lui finalmente è martello. Lui è il professore. Lui è. Gli altri ascoltino e soffrano. E soprattutto stiano al loro posto. L’alternanza di ore gestite da Marta e di ore gestite da Ernesto, è una doccia fredda per i ragazzi. Ma la fine è scontata. Applicando nelle ore di Ernesto quello che imparano e sperimentano nelle ore di Marta, i ragazzi inciampano nelle convenzioni. E cadono. Con Ernesto fioccano le insufficienze e i richiami disciplinari. Fino a. Fino a quando i genitori dei ragazzi, infastiditi dall’atteggiamento di Marta, ne chiedono e ottengono l’allontanamento.

Tutto può tornare come prima. Si fa come dice Ernesto. I ragazzi tornano sulla “diritta via”. In realtà si perdono in mille rivoli fatti di solitudine, di bullismo, di inutili nozioni, di individualismi. Semplicemente fanno esperienza di vita adulta. Quella nella quale la fatica di vivere, lo sforzo di comprendere, il tentativo di capire, non è più di moda. Chiunque abbia da gestire un gruppo, vi dirà sempre la stessa cosa: servono regole, devi dare dei limiti, guai farsi coinvolgere, indispensabile restare fuori, guardare dall’esterno. Dunque gestione di gruppi uguale dialogo tra estranei uguale frequente mancata comprensione uguale ondate di conflitti uguale predominio di chi sta più in alto nella scala gerarchica o anagrafica uguale imposizione. Uguale mancata comprensione di chi bisognerebbe educare a vivere. Uguale creazione di un’altra generazione che dirà, ancora un volta, che “homo homini lupus”, che chi comanda ha sempre ragione.

Perché Ernesto dovrebbe faticare a sciogliere il “nodo di Gordio” che può comodamente e velocemente tagliare con l’autorità? Perché dovremmo sforzarci di provare un milione di volte e sbagliare un miliardo, ma continuando a non accorciare la strada quando si presentano le difficoltà? Perché devo sopportare un bimbo che frigna per ore cercando di distrarlo senza stancarmi, quando posso sgridarlo, sculacciarlo e metterlo a dormire? Perché devo sfibrarmi a parlare con i figli per ore e a sopportare anche che seguano inizialmente la strada dettata dai loro ormoni e dalla loro irruenza, quando posso castigarli in mille modi negando loro soldi o permessi o vestiti o uscite con gli amici, o addirittura dar loro uno schiaffo, così sfogando, in realtà, solo il nervosismo per i mille fallimenti quotidiani?

Meglio Alessandro, che taglia il nodo senza pensarci. Molto meglio. Poi però non lamentiamoci se nessuno ha più la pazienza di scioglierli, i nodi. E se tagliandoli finisce inevitabilmente per aggrvigliarli ancora di più.

Piccola appendice a Socrate e all’esempio laico della sua morte. Lui non si sottrasse al processo e accettò la sentenza onorando le leggi del suo tempo: sapeva che avevano inventato le accuse nei suoi confronti, ma, mettendo etica e dignità sopra tutto, rispettò se stesso e i suoi concittadini - che naturalmente non compresero.

Ci sono altri modi di reagire alle accuse e ai processi; e altri mille ne inventeranno. Uno dei tanti è entrato nelle nostre giornate come un uragano: il suicidio dell’ex assessore napoletano Nugnes. Massima pietà laica con l’uomo ma qui interessa la scelta. Non tocca a noi stabilire se fosse innocente o meno, quel che resta è che lui ha scelto di anticipare l’eventuale processo togliendosi la vita. Scelta terribile e da rispettare, come tutte quelle che afferiscono alla libertà individuale.

Ma c’è un altro fra i mille modi di reagire. Il povero Nugnes non ci ha pensato o, forse, ci ha pensato ma gli è sembrato disdicevole, o semplicemente non apparteneva al suo modo di essere. Povero Nugnes: cosa ci sarebbe voluto a: fuggire dal processo dichiarando i giudici comunisti e prevenuti; citare impegni istituzionali per non presentarsi alle udienze; con un po’ di potere in più, farsi leggi che di volta in volta eliminassero il ricorso alle prove, allungassero la prescrizione, addirittura eliminassero il reato stesso; infine riformare la giustizia stessa.

Povero Nugnes. Oggi lo piangiamo come vittima della giustizia - o almeno come tale lo piangono coloro che della giustizia hanno paura. Avesse riflettuto e preso esempio dall’alto, oggi sarebbe ancora vivo e – chissà - tra qualche tempo lo avremmo anche salutato al Quirinale come presidente della Repubblica.

Come già scritto: si era capito già 2400 anni fa come sarebbe andata a finire.

In fondo si era capito già 2400 anni fa come sarebbe finita. C’erano regole già stantie. C’era lui che insegnava perché cambiarle e come cambiarle. C’erano i giovani che lo seguivano entusiasti. E c’erano i politici improvvisamente messi a nudo. Lui era Socrate. E sapete tutti com’è finita. E’ finita con un epilogo diventato proverbiale – e quindi trasformato in roba masticabile da tutti. E invece è stato il punto più alto della civiltà occidentale. Di fatto è come se la storia del nostro pensiero fosse partita da una vetta. Insuperabile. E da lì in poi è stata effettivamente tutta una discesa, spesso precipitosa.

Socrate era un tipo sbrigativo, uno che amava andare al cuore del problema. Ai giovani diceva poche cose, ma pesanti: usate la ragione per rifiutare tutto ciò che vogliono imporvi per la forza della tradizione o per una valenza religiosa; imparate a conoscere i vostri limiti e a non «presumere di essere di più, a non offendere la divinità pretendendo di essere come il dio»; ai lunghi discorsi (dialoghi) che non danno spazio alle obiezioni e che i politici usano per ingannarvi, preferite brevi domande e risposte (brachiloghi), proprio per dare la possibilità di obiettare all’interlocutore che va rispettato per le sue opinioni. In due parole: era anticonformista. Vale a dire che in opposizione alle convinzioni della folla rifuggiva il consenso e l’omologazione; per lui garanzia di verità era non la condivisione irriflessa, ma la ragione che porta alla reciproca persuasione. Insomma, di certo oggi non guarderebbe “amiciisoletalpeporteaporte” e simili. E non farebbe troppa carriera in Forza Italia e forze limitrofe. Ma tant’è.

Una cosa su tutte irritò però i politici di allora, che – stupidi già 2400 anni fa – non intuirono fino in fondo la portata della rivoluzione socratica ma si fermarono alla cresta dell’onda. Quando i discepoli dissero a Socrate che lui era il più saggio del mondo e che avrebbe dovuto confrontarsi con i politici, lui non fece una piega. Rispose di non essere affatto il più saggio di tutti ma accettò di incontrarli. E li fece a brandelli. Alla fine del confronto, infatti, messi di fronte alle loro contraddizioni e inadeguatezze, provarono stupore e smarrimento, apparendo per quello che erano: presuntuosi ignoranti che non sapevano di essere tali. «Allora capii, dice Socrate, che veramente io ero il più sapiente perché ero l’unico a sapere di non sapere, a sapere di essere ignorante». In seguito quegli uomini, che erano coloro che governavano la città, messi di fronte alla loro pochezza presero ad odiare Socrate.

Come andò a finire lo sapete quasi tutti. I politici dell’epoca lo accusarono di suscitare la contestazione giovanile. Lo portarono in tribunale e lui non si sottrasse al processo – niente strane manovre di avvocati né cambi delle leggi; lo condannarono a morte e lui non si sottrasse alla condanna – niente prescrizioni né grida di complotti; gli offrirono di scappare dalla prigione e lui non accettò - niente fughe in Tunisia nè elezioni in parlamento. Il rispetto delle leggi prima di ogni cosa. E dette l’esempio più alto di etica e di pensiero laico.

Duemilaquattrocento anni dopo, i giovani si sono persi, quasi tutti noi ci siamo persi in una landa senza approdi evidenti. L’utile personale prima di quello collettivo; la ragion di stato prima della ragione senza aggettivi; il conformismo al posto della lucidità intellettuale; la massa e non il singolo; la morte di gruppo e non la vita da singoli liberi: la forma invece della sostanza. Il 4-3-3 di Socrate - lui sì votato all’attacco – lo abbiamo svilito. E come tutti i tecnici mediocri (in fondo come tutti i mediocri), con un golletto di vantaggio sostituiamo un attaccante con un centrocampista. A difesa del nulla.

Bastava guardarsi dietro per capirlo. Non basta guardare solo avanti per farlo.

Era uno che con le idee giocava all’attacco. E che attacco: provate voi a negare il movimento e il pluralismo. Si può negare tutto, al giorno d’oggi. E ce lo insegnano a sufficienza la politica e certe facce di bronzo che ci circondano quotidianamente. Ma che uomini e animali e oggetti siano tanti e diversi; e si muovano; no, nessuno è arrivato a confutarlo. Lui sì. Lui è Zenone di Elea, filosofo greco, contemporaneo di Parmenide; più o meno mezzo migliaio di anni prima dello zero. Il suo 4-3-3 lo chiamavano – e lo chiamano tuttora – paradosso. Anzi, paradossi. Una delle tante formule escogitate per dare del matto a qualcuno che invece è già più avanti di tutti. Per chiudere in un recinto chi invece dal recinto prova a farci uscire.
Le sue idee, il suo pensiero, il suo argomentare spostavano il baricento delle conoscenze, alzavano l’asticella del sapere, obbligavano a uno sforzo in più del semplice pensare, costringevano il cervello a fare un balzo in avanti, a raggiungere territori inesplorati, a perdersi, magari, a confondersi, a spaesarsi: ma a capire che c’era dell’altro. Oltre e avanti.

Punto primo: la molteplicità non esiste. Punto secondo: il movimento non esiste. Gli attacchi di Zenone erano così: fulminanti, lasciavano poco tempo per organizzarsi, l’unica risposta era rifugiarsi nel comodo antro della consuetudine. Lui occupava le fasce di una discussione, lasciava avanzare i suoi concetti a folate, disponeva i suoi argomenti in modo da coprire tutto il campo della discussione. Punto primo: la molteplicità non esiste. Punto secondo: il movimento non esiste.

Vediamo di capirci. La molteplicità. Essendo divisibile all’infinito, allora non si scappa: sarà nulla, perché fatta di parti praticamente uguali a zero; o infinita, perché costituita dalla somma di parti uguali e non nulle. Il movimento. Siccome lo spazio è divisibile all’infinito, anche in questo caso la conclusione è inevitabile: il movimento non esiste. Due gli esempi che Zenone citava: Achille contro la tartaruga; e la freccia. Se, inseguendo la tartaruga, Achille è partito anche con un piccolo svantaggio, non la raggiungerà mai, perché quando lui arriva in un pezzetto di spazio, la tartaruga ne avrà occupato un altro e così all’infinito. E poi: una freccia scoccata dall’arco non raggiungerà mai il bersaglio, perché, occupando in ogni attimo uno spazio pari alla sua grandezza, la freccia in ogni attimo sarà in stato di quiete. E il movimento non potrà essere dato dalla somma di stati di quiete.

Già all’epoca di gol gliene fecero tanti, a Zenone, gli avversari dialettici. Ma lui non rinnegò mai il 4-3-3 del suo pensiero. E di gol ne fece altrettanti. Forse anche qualcuno in più. Oggi, poi, di tesi del genere si ride e basta: troppo faticoso esercitare il pensiero. Eppure Zenone - e con lui tutti coloro che spostano il limite - semplicemente precorrono i tempi, vedono oltre le tenebre. I matematici l’hanno smontato, certo, ma la matematica è fatta di punti fermi stabiliti per convenzione, non può andare oltre il suo freddo nucleo, sebbene continuino a farla passare per la regina dell’universo. La storia del pensiero, invece, ha dato a Zenone la gloria che meritava in qualità di esploratore dell’infinitamente grande e dell’infinitamente piccolo. E qualcosa può insegnarla anche a noi.

Soprattutto con gli esempi sul movimento. Impariamo che basta un piccolissimo vantaggio per impedire che gli altri ci prendano. Basterà un’idea giusta, un concetto valido, un valore forte: nessuno, in quel caso, potrà acciuffarci pur inseguendoci con mezzi enormi. La canea urlante dei benpensanti sarà sempre un passo indietro, perché quando lei avrà raggiunto la nostra casella, noi avremo fatto almeno un passettino avanti; e così all’infinito. E anche le tesi sulla molteplicità sono preziose: se una massa enorme è unita da usi e costumi dannosi, potrà essere considerata come composta da tante parti tutte uguali allo zero; e dunque la massa stessa sarà uguale a zero. E viceversa: anche quando saremo in pochi, ma le idee saranno quelle giuste, potremo essere considerati una massa composta da infinite parti e dunque infinita.

L’importante resterà sempre alzare l’asticella. Spostare il limite. E se pure gli altri segneranno un gol, con il nostro 4-3-3 gliene restituiremo almeno due. E Zenone sorriderà felice.